Dima ha 26 anni, è siriana ed è lesbica.
Ogni volta che la incontro a casa di amici o alle feste si ripete sempre la solita vecchia storia: a mezzanotte in punto inizia a ricevere telefonate minatorie dal fratello e entro breve saluta tutti e se ne va.
Così sono gli ordini, non c’è nulla da fare.
Di famiglia benestante, Dima vive in un appartamento moderno e lussuoso con la madre e il fratello maggiore di 28 anni. Il padre vive e lavora ad Aleppo mentre il fratello più giovane, di 23 anni, è in servizio militare.
Fin da piccola Dima si è sempre considerata alla stregua di un bambino: passava il suo tempo libero a giocare per strada con i maschi e andava in fibrillazione davanti alle ragazzine del quartiere. Per Dima, portare gli amori in casa è sempre stato un gioco da sorelle e quando ce lo racconta ride a crepapelle prendendosi gioco della famiglia.
Nella cultura mediorientale, il rapporto tra donne è intimo e silenzioso quanto rispettato dalle parti maschili; è impossibile agli occhi di un esterno individuare quando l’amicizia oltrepassa il confine, soprattutto se quegli occhi appartengono a una cultura bigotta per cui nessuno osa prendere l’omosessualità in considerazione. Com’è ovvio, Dima non ha mai confessato la sua natura ai familiari, e anche se lei sostiene che la madre e il fratello abbiano dei sospetti, nessuno ha mai provato a rinfacciarglielo e l’argomento è semplicemente tabù.
La famiglia di Dima, per quanto musulmana liberale sia, è assolutamente piena di contraddizioni e ingiustizie. Ogni sera Dima è obbligata a tornare a casa entro l’ora che decide il fratello e per nessun motivo al mondo può dormire fuori, ma se per caso le capita di passare la serata con il fratello e i suoi amici, le è permesso di fare le sei della mattina. Oltre a ciò, il fratello è fidanzato da cinque anni e da cinque anni porta la sua ragazza in casa e dorme con lei. Ogni volta che Dima e la madre li lasciano soli, prima di rientrare in casa è di prassi accertarsi che la coppia non si trovi in flagrante. Nonostante la duratura relazione, il fratello considera la propria ragazza una semplice compagna di letto, che mai al mondo sposerà in quanto non vergine.
Quello che è successo questa notte non me lo scorderò mai.
Ci trovavamo a una festa in una casa intrappolata tra le vie della cittadella; la musica era alta, la gente apparentemente continuava ad arrivare e Dima era in bagno quando il fratello la chiama per la prima volta. E poi la seconda. E subito dopo la terza, insistentemente. Alla quarta, uscita dal bagno, Dima risponde. Quando mette giù il telefono scoppia in lacrime: Vuole che torni a casa entro l’una e che gli compri delle birre. L’ho mandato a quel paese, questa volta non ho intenzione di tornare a casa finchè non ne ho voglia io.
Le telefonate non cessano, iniziano le minacce e Dima smette di rispondere. Essendo la situazione in casa particolarmente delicata, da qualche settimana a questa parte Dima non torna mai a casa da sola e Lisa, un’amica tedesca che abbiamo in comune, normalmente si offre di dormire da lei. Questa sera però Lisa non si presenta alla festa nè risponde al telefono. Quando capisco quanto Dima è terrorizzata all’idea di rientrare sola, decido di accompagnarla. Durante il tragitto in taxi riceve un’ulteriore telefonata dal fratello che, una volta saputo che nessuna birra arriverà a destinazione, si imbestialisce e inizia a urlarle dietro. Quando entriamo in casa, la madre sta guardando la televisione e il fratello si sta lavando i denti in bagno, io saluto timidamente prima che Dima sbatta la porta della camera per poi chiuderla a chiave. Dopo qualche secondo, il fratello chiama Dima. Ti devo parlare. Dima si accende una sigaretta e lo ignora. Dopo dieci minuti esce dalla stanza e va in cucina a prendere dell’acqua fresca. Quando sta per rientrare in camera, il fratello la prende per un braccio e la blocca. Io sono seduta sul letto, vedo perfettamente la scena: il corridoio, il bagno sulla sinistra e la camera del fratello di fronte. Iniziano a discutere animatamente. Ti odio, odio tutti voi e non vedo l’ora di andarmene da questo paese per non rivedervi mai più. A quel punto il fratello la prende e la trascina con tutte le sue forze, Dima oppone resistenza inutilmente, spariscono dalla mia vista oltre la porta della camera del fratello che si chiude in un tonfo sinistro. Dopodichè, è l’inferno. Dima inizia a urlare come una pazza isterica e a quel punto vedo la madre entrare in camera. Io rimango pietrificata sul letto, incapace di muovere un dito. Quello che le mie orecchie sentono danno vita a immagini di cruda violenza che mi fanno tremare dalla paura. Dall’altra parte del muro, sento altro che urla e pianti e botte e le uniche parole che riesco a decifrare sono quelle di Dima che prega il fratello di smetterla. Non ricordo quanto tempo sono stata seduta su quel letto, con lo sguardo perso nel vuoto e un frullato di pensieri che mi fracassavano la testa. Ma a un certo punto, anche l’essere più debole smette di sopportare e passa all’azione. Non importa se inutile, stupida o coraggiosa. Quando è troppo, il sangue bolle dentro le vene e la rabbia guida i movimenti. Così è: mi alzo ed entro in camera del fratello e vedo con i miei occhi Dima subire letteralmente delle frustate gratuite. Un’essere indifeso che si dimena sul letto, la madre che la tiene ferma mentre il fratello la picchia con una cintura in pelle. E’ un attimo che mi pare un’eternità, e quando mi riprendo mi trovo faccia a faccia con il fratello che mi ordina di andarmene a casa mia. Io non ho nessuna intenzione di lasciare Dima in quell’orrore nè di prendermele da quel bastardo, quindi decido di chiudermi in camera e di aspettare. Inizio a provare un profondo senso di colpa per non essere stata capace a fermarlo. Quando il fratello decide di passare ai coltelli da cucina, a quel punto la madre per la prima volta gli ordina di smetterla e Dima si rifugia in camera. Quando la vedo in quello stato comatoso, sanguinante e con un’occhio tumefatto, non riesco a trattenermi e scoppio a piangere. Piangiamo assieme. Nel frattempo dall’altra parte della porta il fratello calcia e tira pugni e ordina di aprire. Decidiamo di chiamare la polizia senza successo. Chiamiamo tre volte: la prima non rispondono, la seconda ci dicono che se l’aggressore è il fratello non sono autorizzati a fare nulla; la terza richiamiamo: Dima soffre a causa del dolore e vuole aiuto. risposta: chiamate l’ambulanza. Dunque chiamiamo l’ospedale, e la storia si ripete, quando scoprono che l’aggressore è il fratello ci dicono: spiacenti, non possiamo mandarvi l’ambulanza. Ma se volete potete prendere un taxi. Dima è sotto shock: nessuno che mi aiuti, ma dov’è la giustizia in questo paese?
La storia di Dima rispecchia purtroppo una realtà comune a molte donne siriane e musulmane più in generale. I motivi d’onore sono la causa scatenante di una violenza domestica che vede come vittime donne prive di diritti elementari. Nel caso di Dima, l’onore violato è il rispetto verso le decisioni del fratello, ma i casi possono essere diversi: rifiutare di portare il velo, indossare abiti occidentali, avere amici appartenenti ad un’altra religione, uscire con ragazzi, rifiutare un matrimonio combinato, comportarsi in un modo considerato indipendente, passare un periodo di tempo lontano dalla famiglia e così via. E’ difficile fare una stima del numero di violenze contro le donne in questo paese: le statistiche non sono veritiere, i costumi e le abitudini scoraggiano le donne a denunciare gli abusi e i crimini spesso vengono fatti passare per incidenti. Molte donne preferiscono rimanere in silenzio, sentendosi in colpa o responsabili, principlamente perchè la società siriana le tende a incolpare in materia di moralità sessuale.
Valori tradizionali, leggi discriminatorie e un governo autoritario privano le donne di molti diritti legali e sociali basici. Il codice penale, il codice nazionale e il codice dello statuto personale (quel corpo di leggi che regola le relazioni familiari) stabiliscono che lo statuto delle donne è completamente in mano ai loro padri o mariti. Le tradizioni culturali rinforzano una struttura sociale patriarcale dettata soprattutto da gruppi islamici estremisti che influenzano fortemente le decisioni del governo.
La costituzione siriana, ratificata nel 1973, stabilisce pari diritti, libertà e doveri alle donne così come agli uomini. L’articolo 45 dichiara: “Lo Stato garantisce alle donne pari opportunità che permettano loro di partecipare attivamente alla vita politica, sociale, culturale ed economica..”. Nonostante ciò, non esiste nessuna legge che le tuteli da discrimanazioni di genere. Inoltre, il codice penale condona gli abusi contro le donne: violentare la propria moglie non viene considerato un crimine così come alle donne viene negato il diritto di ricorso legale. Il 2 luglio 2009, con un decreto legge del Presidente Bashar al-Assad viene abolito l’articolo 548 del codice penale che prevedeva una pena massima di un anno per i delitti d’onore. “Persino il mufti di Stato, Ahmad Badr al-Din Hassun, ne aveva chiesto l’abolizione” riporta l’Osservatorio Iraq, “affermando che l’onore è un fatto di valori e di morale e non un movente per uccidere”. “Grazie all’abolito articolo, lo scorso anno la Siria si è piazzata al quinto posto nel mondo per la diffusione dei delitti d’onore, e al quarto nei paesi arabi. Purtroppo non spariscono le circostanze attenuanti, ma si inaspriscono le pene: ora la condanna non potrà essere minore di due anni.” Ridicolo. E ancora di più se si guarda ai fatti: nella pratica le pene sono molto più blande di quello che sta scritto su carta e com’è di prassi, con una buona dose di mazzette in tasca, molto spesso gli assasini se la passano liscia.
Purtroppo non esistono organizzazioni private o governative che provvedano assistenza alle vittime di abusi domestici; le uniche a fare qualcosa sono sporadiche associazioni religiose che, anche se limitatamente, offrono rifugio, consulenza, aiuti legali, servizi sanitari e riabilitazione. Ciononostante, a causa della mancanza d’interesse da parte dello Stato a tale problema, un ingente numero di vittime di violenza familiare non ha accesso al benchè minimo aiuto.
Pazzesco!!!!!!!!!!
Anche in Sicilia fino a 20 30 anni fa esisteva il delitto d’onore ma credo che non siamo mai arrivati a questi estremi. Anche considerando che questa ragazza proviene da famiglia benestante e non senz’altro fondamentalista islamica.
E’ poi riuscita ad andare all’ospedale? E tu come stai?
sei stata molto molto coraggiosa!probabilmente io al posto tuo avrei fatto la stessa cosa..ma fai attenzione mi raccomando..
ASIA
Siria: il primo “telefono amico” delle donne
è gestito dalle suore
Si chiama Trust Hotline ed è la prima linea telefonica dedicata alle donne vittime di violenza domestica in Siria. A gestirla sono le suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore, ordine femminile presente in varie parti del mondo con 614 case e oltre 4500 religiose. La congregazione, inizialmente nata per offrire alle prostitute la possibilità di redimersi, ha allargato il campo di azione operando nelle carceri femminili o, come in Siria, offrendo aiuto a donne maltrattate. E agendo, in questo modo, da motore per il cambiamento. Tuttora in Siria la violenza domestica è considerata un affare privato e manca una legislazione adeguata di contrasto al fenomeno. Mancavano anche, fino al provvidenziale intervento delle suore, luoghi di rifugio.
Perché la Trust Hotline è anche questo: a Damasco donne disperate che non sanno dove potersi rifugiare vengono accolte in un appartamento segreto di cinque stanze dove ricevono assistenza psicologica e un aiuto finanziario che permetterà loro di affrontare nuovamente il mondo esterno. Inoltre, grazie all’aiuto delle suore e delle volontarie dell’associazione, le donne imparano a svolgere lavori artigianali e di cucito che le aiuteranno a diventare indipendenti. La Trust Hotline è nata, quasi in sordina, nel novembre del 2007. Ma se, all’inizio, in un mese il telefono squillava solo una ventina di volte, il numero delle chiamate oggi è arrivato a oltre 200 mensili. Le donne ricevono ascolto e vengono indirizzate ad avvocati e assistenti sociali. Le suore preferiscono tenere un profilo basso, ma le volontarie dell’associazione appaiono con regolarità sui giornali e alla televisione. Il loro scopo è fare in modo che in seno alla società siriana ci sia un cambiamento di atteggiamento sul tema della violenza domestica. Secondo la sezione siriana dell’Institute for war and peace reporting e la Syrian Women’s Union, una donna siriana su quattro è vittima di violenze domestiche e solo un caso su 250 viene segnalato alle autorità. Inoltre, sempre secondo le Ong locali che lavorano per i diritti delle donne, solo donne istruite che vivono nei centri urbani hanno la possibilità di contattare la Trust Hotline. E finora le varie azioni di sensibilizzazione sono state promosse da associazioni e non dal governo come sarebbe auspicabile. Eppure l’iniziativa delle suore del Buon Pastore, lanciata in un Paese a grande maggioranza islamica, ha contribuito a colmare un vuoto. Ora esiste, pur tra tante difficoltà, la possibilità che le donne vittime di violenza in Siria trovino aiuto e sostegno.
Gianni Verdoliva
non ho parole…
…Bea? dove sei finita?? Non farmi preoccupare!!!
tra un po’ arrivo… sono un attimo inciampata.