Una volta arrivati alla stazione di micro bus di Karajat mi sembra di avere un’ulteriore allucinazione, mettendo seriamente in dubbio la mia capacità d’intendere sotto il sole di mezzogiorno. Super Mario – che l’ultima volta pensavo di averlo avvistato tra le calli veneziane nello scorso carnevale – dal baffo abbondante e dalle sopracciglia sull’attenti, il cappellino rosso con visiera e l’occhiale moderno, ci guarda storto per poi scoppiare in una ridondante risata: Maaaaaalula?? Era da settimane che volevamo andare a far visita a questo villaggio – un’oasi incastonata in una stretta valle ai piedi di una montagna nel mezzo del deserto (il che lo giuro non è una minestra di termini geografici) – senza tuttavia riuscire a metterci d’accordo (in perfetto stile mediorientale). Il tragitto in service, 50 lire per 50 minuti, si tramuta in uno spasso: il nostro autista ci intrattiene con le sue barzellette e le maledizioni rivolte ad autisti incapaci, mentre nel frattempo il mio cervello lentamente torna a ricevere ossigeno pulito e il colore del cielo si tramuta velocemente da bianco a blu. Una volta entrati a Malula, il service di Super Mario tossisce nell’arrancare verso la direzione del convento di santa Tecla, addossato alla perete rocciosa che scende verticale sul villaggio, dove scendiamo e in cui ci rifugiamo per divini momenti di frescura. Il monastero ospita le reliquie della suddetta santa, una dei primi martiri cristiani, la cui leggenda racconta che, inseguita dai soldati inviati per ucciderla a causa della sua fede, si trovasse a un certo punto circondata senza più via di scampo nei pressi della parete scoscesa. A quel punto, Tecla pregò Dio di aiutarla e – ovviamente per miracolo! - si aprì un varco nella roccia che le consentì di fuggire. La cosa più affascinante da visitare a Malula è senza dubbio la leggendaria via, un canyon stretto e profondo scavato nella roccia dalle acque che scendono dall’altopiano (anche se oggi, vista la stagione, più che di acque si può parlare di un rigagnolo evanescente..). Il canyon, che percorriamo per ben due volte con tanto di sosta birretta e panino, finisce in braccio a un bivio da cui spunta un campo di ciliegi che attirano immediatamente la nostra attenzione. Gli alberi letteralmente saturi di ciliege mature, fanno scattare in noi il repellente bisogno di addentarle prima che i meravigliosi frutti se ne vadano in pace con santa Tecla. Le vie di scampo dall’ingordigia sono due: addentrarci attraverso un buco nel muro grande come il mio bacino, o scavalcare il pericoloso filo spinato che però a metà campo finisce, lasciandoci via libera. Mentre discutiamo sul da farsi – senza nessuna richiesta di miracolo – spuntano quattro giovani indigeni a cui decidiamo di rivolgerci per fare gli onesti ingordi. Dopotutto, si tratta di un mazzo di ciliege, mica chissà cosa. Il più abbondante dei quattro dopo averci fatto sapere che dei padroni non c’è traccia, prende in mano la situazione e salta dall’altra parte del campo tornando indietro con la maglietta stracolma di ciliege rosso porpora. Quando cerchiamo di offrirgli una piccola mancia, ci manda a quel paese con gentilezza, intonando il solito ahlan ua sahlan. Raggirando ad anello la montagna scendiamo verso il vecchio e grazioso villaggio di Malula, in cui ci addentriamo con l’intenzione di perderci, cosa che ci riesce subito benissimo. Dalle case gialle pericolanti e dagli infissi blu trapela una strana melodia: il suono dell’aramaico, una lingua semitica che vanta 3.000 anni di storia. Gli abitanti di Malula, Jabadin e Baka (due villaggi limitrofi), cattolici di origine greca, sono gli unici al mondo a parlare ancora la lingua di Cristo.
Il ritorno verso Damasco lo facciamo in sella dell’happy bus, un autobus da 25 posti a sedere scassatissimo e coloratissimo sia negli interni che negli esterni. Ad occupare i due sedili anteriori e un quarto del corridoio sono quasi una decina di casse di albicocche appena raccolte pronte per essere vendute nella capitale. Al nostro autista, troppo indaffarato a raccontarsela in aramaico coll’amico di turno, non sembra importare che a quasi un quarto dei suoi passeggeri gli tocca fare il tragitto in piedi attacati via a mainiglie di fortuna. Per scusarsi dell’inconveniente offre albicocche a tutti i passeggeri, e dal primo all’ultimo ci gustiamo il succo di questi frutti gettando il rimanente fuori dai finestrini e lasciandoci dietro lungo la superstrada Aleppo-Damasco una distesa di noccioli roteanti.
l’ultimo degli aramaici
17 giugno 2009 di lafataigniorante
pretese:
1. foto
2. registrazioni di aramaico
secondo te giro con un registratore??
4. portarsi dietro un registratore
3. Gesù
Se lo legge Sabino, ti viene a trovare per parlare con gli abitanti del posto